"Io dovrei parlare di stile, perchè lo stile è quello che conta nella vettura e lo stile è quello che da tono per la vendita. Io non sono molto bravo a parlare ma se mi danno da fare un disegno lo faccio volentieri. Comunque quello che volevo dire è questo: lo stilista ha un compito molto delicato, che è quello di vestire un automobile e l’automobile è formata sempre da quattro ruote, da un volante, da un motore. Bisogna sapersi girare attorno a questi organi per creare una vettura che deve essere accettata dal pubblico, dai venditori e dai tecnici dell’automobile".
Cosi Giovanni Michelotti esordiva nel dicembre del 1978 a Roma invitato a testimoniare il suo lavoro ed i suoi successi al Convegno "Carrozzeria Italiana, cultura e progetto"indetto dall’Ordine degli Architetti .
Usando poche parole un uomo, che si diceva a disagio quando chiamato a parlare in pubblico, sintetizzava tutta una filosofia di lavoro e di vita.
E cosi raccontava la sua avventura:
"…ero entrato come apprendista disegnatore agli stabilimenti Farina, adibito
però più alla bicicletta per le commissioni o ad attaccare
la carta sul tecnigrafo.
Un giorno il disegnatore se ne
era andato, ed io, a diciassette anni, rimango a temperare matite;
ma per chi, dato che il disegnatore non c’era più?
Allora il dottor Attilio Farina mi ha proposto
di fare dei disegni, se me la sentivo. Ho provato ed è stata in
quella occasione che il Conte Revelli viene da Farina e dice che bisognerebbe
fare una vettura Alfa Romeo 2500 a sei cilindri.
Io prendo in mano la cosa, faccio il disegno, a grandezza
naturale. Naturalmente con i calzoni corti…
Quando, dopo alcuni giorni, Mario Revelli torna e mi
dice di andare a chiamare il disegnatore, ho risposto: Guardi che l’ho
fatto io il disegno!.
Era un disegno lungo lungo sei metri e mezzo, con tutte
le sezioni, ogni venti centimetri, e con i particolari come si facevano
allora.
Il disegno di una vettura era il disegno
della della scocca portante, fatta in legno, e questo legno rimaneva nella
vettura, quindi non è che si potesse sbagliare,
fare il modello, poi applicare le resine, come si usa ora.
Il legno doveva rimanere, era la resistenza della macchina. Questa
è una storiella, che non è tale, ma è la realtà.
Da li ho continuato.
Ora, riguardo al problema dei
nomi che non vengono fatti (nomi dei designer delle auto, ndr),
ci sono diversi motivi: allora lo stilista era il disegnatore di carrozzeria,
non il designer.
Nella mia carriera, quando ho lasciato gli stabilimenti
Farina, credo di essere stato uno dei primi al mondo ad avere un ufficio
apposta per il disegno della carrozzeria delle automobili.
Gli ordini fioccavano da tutte
le parti, io dovevo farli, e sono arrivato
ad un certo punto che avevo addirittura trenta vetture
al Salone di Torino, dei diversi carrozzieri come
Vignale, Allemano, la stessa Ghia, Bertone e tutti gli altri piccoli.
Allora, non potevo dire che li avevo fatti tutti io, se no cosa succedeva?
Tutto Michelotti, allora il Salone è di Michelotti. Io dicevo: finchè
lavoro per i carrozzieri, va tutto bene, qualcuno lo dirà,
lo scriveranno. Questo è rimasto in me anche dopo.
Infatti l’Alpine com’è nata? Io allora lavoravo per Allemano,
non avevo un officina di carrozzeria. La Renault Alpine è
nata da un mio precedente disegno della 4CV Renault, dal quale qualcuno
poi ha fatto la Floride, una vettura della Ghia ricavata da questa idea.
Questa 4CV Renault spider è stata esposta a Parigi, poi è
stata presa della Renault e portata ad un altro carrozziere. Niente di
straordinario, per me andava bene lo stesso. Succede, specialmente
quando qualcuno crea qualcosa di nuovo, c’è sempre qualcun
altro che lo prende. L’Alpine Renault è nata proprio da
questo esercizio fatto da me.
In seguito questa 4CV, con telaio più lungo, motore sempre posteriore,
è nata come vettura speciale per un
certo signore Jean Rédélé di Parigi (ex pilota e concessionario
Renault, titolare della Société des Automobiles Alpine, ndr).
Se ha dato dei frutti è abilità loro.
Non posso dire che io ho fatto l’Alpine Renault; io ho fatto la linea,
poi c’è tutto il resto. Io non ho mai detto a
nessuno di avere disegnato l’Alpine e loro non l’hanno detto. Ora si viene
a sapere, vuol dire che tutti i nodi vengono al pettine! E nessuno me lo
può contestare.
Quando ho cominciato a lavorare
per il Giappone, ho lavorato per la
Prince Skyline e anche questo pochissimi lo sapevano ma non ho cercato
di fare mettere il mio nome. Quando lo mettono loro a
me fa piacere, ma che io voglia pubblicizzare, no, questo non lo faccio
mai.
Anche attualmente lavoro per delle Case italiane: se
lo vogliono dire, mi fa piacere, se non lo vogliono dire non me ne importa.
Questo dipende molto dal carattere di una persona, dalla vita che ha vissuto,
forse da troppa modestia. Ora, andando avanti, credo
che ci sarà qualcuno di più che ci terrà ad avere
il nome di Michelotti sulla vettura e questo mi farà molto piacere."
Abbiamo voluto riportare questi brani perchè purtroppo ancora oggi poco si è detto e scritto su Giovanni Michelotti salvo il fatto che tutti, indistintamente, lo considerino tra i più grandi designer Italiani.
Alfredo Vignale, che con Michelotti ha costituito una forza innovativa nella storia della carrozzeria italiana degli anni cinquanta, raccontava che Michelotti diceva ai clienti stranieri:
"…andate a prendere un aperitivo. Al ritorno troverete il disegno della vostra autovettura". E cosi era.
Rodolfo Bonetto (designer) cosi ricordava Michelotti:
"....è stato un personaggio mitico
negli anni dei miei esordi nel design dell’auto……aveva grande talento creatività,
dinamismo e competenza tecnica ma egli
possedeva anche grande umanità, modestia
e straordinaria carica di simpatia.
Pur con la sua formazione
autodidatta egli aveva gradualmante acquisito un
senso della misura e di autocritica, segno di una crescita
culturale che gli consentiva di raggiungere sintesi formali
e funzionali esemplari."
Che per Michelotti creare fosse come respirare l’aria e che fosse un talento naturale è dimostrato dal fatto che ancora oggi non si sa quante siano state le auto che disegnò: mille, mille e cento e forse anche più.
Era sicuramente di una semplicità e creatività incredibile ed era sicuramente un uomo che lavorava con passione, modestia ed entusiasmo, qualita e doti che tutti indistintamente gli riconobbero.
Luigi Chinetti alcuni anni fa cosi raccontava:
"Mi ricorderò sempre che
un giorno gli ho fatto disegnare una macchina che volevo fare
per un amico della California il quale era nella moda, facendo vestiti
per signora e laggiù aveva molto successo: e quello diceva
che doveva essere una Ferrari carrozzata
nuova e che facesse impressione anche
per il suo business.
Allora io ho chiesto a Michelotti: "disegna la macchina
ma la cosa più importante è che devi fare risaltare in un
certo qual modo che quella macchina lo aiuterà nel suo business".
E Michelotti mi rispose: "..ma come, se ha a San Francisco
uno dei migliori negozi di moda!".
E gli ho fatto disegnare a Michelotti tre o quattro figurini
con sopra ‘Lily Ann Corporation’, e nei negozi si vedevano i modelli
piccoli e di fuori, con la macchina, c’era una bella
giovane di circa venticinque anni, che ho anche visto personalmente.
Allora ho detto a Michelotti: " Fai il vestito per quella
signora li, e la mettiamo a fianco della macchina".
E’ riuscito benissimo…..e dopo, quando ho mandato la
macchina a questo signore (Ferrari Vignale, Tipo 250 MM), gli ho chiesto:
"Ne sei stato contento della macchina?"
"Contentissimo - mi fa - a parte che quando piove
è talmente stagna che quando l’acqua entra non esce più….parte
con il serbatoio vuoto ed arriva che è
pieno, ma gli voglio bene lo stesso
a questa macchina…sai, mi ha fatto guadagnare tanti di quei quattrini!"
"Come hai fatto? – gli chiesi - io non ho guadagnato
niente e tu hai guadagnato quattrini ed oltretutto ce l’hai ancora!"
"Si – mi rispose – ho fatto 5000 tailleur con
quel bel modellino che figurava su quella bella ragazza e li ho venduti
tutti…..poi ne ho fatti altri grazie
all’istinto artistico di Michelotti che oltre ad avermi disegnato
una bella macchina ha influito in quell’anno nella moda dell’America"."
"Michelotti era sicuramente il più fantasioso ed
audace tra i designer di maggior talento che dopo la guerra tanto fecero
per assicurare allo stile italiano fama internazionale".
Questo è il commento di Marcel Massini
tratto dal suo libro "Ferrari by Vignale" che cosi continua "...dal tavolo
di lavoro di questo abilissimo disegnatore nacquero innumerevoli disegni
di carrozzerie realizzati per Case come Fiat, Lancia,
Triumph, BMW. Michelotti, vero maestro di design, è
considerato l’ideatore della mascherina ovoidale dalla caratteristica griglia
quadrettata delle automobili Ferrari"
E cosi conclude: "…Michelotti sapeva mescolare vivacità
ed eleganza. Le Ferrari che Michelotti disegnava risultavano più
aggressive ed attraenti rispetto a quelle realizzate da Touring e Ghia."
Ma come arrivò Michelotti a lavorare per la Triumph? Si è scritto poco su questo argomento: ciò che è vero è che in quegli anni (1956 e 1957) il centro stile della Standard-Triumph sembrava incapace di uscire da una propria crisi interna, crisi di idee nuove e di stile.
Un giorno di primavera del 1957 la Standard-Triumph fu contattata da un uomo britannico d’affari, tale Capitano Raymond Flower, che stava lavorando ad un progetto per la vendita di una nuova piccola ed economica automobile in Egitto e che voleva sapere se poteva acquistare il motore 8hp della Standard, oltre ad altre componenti meccaniche.
Su richiesta di Alick Dick, Martin Tustin e Harry Webster incontrarono Flower a Coventry per cercare di capire i contorni della vicenda. Cosi Webster ricorda:
"Noi non sapevamo molto riguardo a questo
progetto in quel periodo, cosi gli chiedemmo a quale scopo volesse il nostro
motore. Flower ci raccontò che sarebbe stato destinato ad
una piccola automobile e cosi gli chiesi come sarebbe stata.
Lui ci raccontò che non lo sapeva ma che non era un gran problema
dato che poteva avere un prototipo in soli tre mesi.
Non gli credetti molto e questo risultò una sorta
di sfida e poi se lui poteva avere un prototipo in tre mesi noi potevamo
pagarglielo".
In quel momento Flower non volle rivelare nulla di più, né il nome dello stilista né da dove il prototipo sarebbe venuto.
La sfida iniziale fu per una nuova auto sportiva poichè in quel periodo si cercava anche di ristilizzare la TR3 (in TR3A, ndr).
Solo dieci giorni più tardi Flower tornò con alcuni schizzi, chiese a Webster e Tousin di scegliere quello che ritenessero il migliore, firmò un contratto da 3000 sterline e promise che un modello ed un prototipo potevano essere pronti entro tre mesi.
Fu preparato un telaio di un TR3 che fu consegnato a Flower. Herry Webster notò che il prototipo ritornò con un corriere della Gondrand dall’Italia e fu solo a questo punto che si capi che lo stilista era Michelotti e la carrozzeria di produzione del prototipo la Vignale.
Il primo lavoro fu per la Standard Vanguard, poi nell’estate del 1957 la grande svolta: Alick Dick, dopo esseri reso conto che neppure Michelotti avrebbe potuto correggere il prototipo della Zobo sviluppato dal team di Arthur Ballard e che non si poteva più rimandare alcuna decisione sullo stile della nuova "small car", decise che la carrozzeria della nuova piccola, economica berlina (quattro posti, due porte) sarebbe nata dalla matita di Michelotti.
Harry Webster ritornava in quel periodo dalle sue vacanze in Italia, a Sorrento: era settembre e chiamò Michelotti. Non c’era ancora nulla di fatto o pronto e ciò che accadde sembra leggenda ma è realtà.
Webster parcheggiò la sua auto sotto lo studio di Michelotti alle tre del pomeriggio: Webster lasciò sua moglie e sua figlia in auto e sali nello studio per controllare l’avanzamento dei lavori (le correzioni del prototipo Zobo di Ballard. ndr) , in verità non aspettandosi di trovare molto e non pensando di rimanerci a lungo.
Ciò che accadde fu che la famiglia di Webster fu abbandonata in auto nove ore: cosi Webster ricorda:
"Niente, nulla di pronto e io ero senza speranza. Allora dissi qualcosa di simile a Michelotti: "Noi stiamo sprecando il nostro tempo. Supponiamo che tu possa ancora cominciare da zero, qui a Torino, su di un foglio di carta pulito, come ti piacerebbe la nuova auto?". Questo a Michelotti fu come quando si mostra un drappo rosso ad un toro. In tre, quattro minuti egli schizzo la Herald, la coupè, cosi come noi oggi la conosciamo e noi immediatamente partimmo trasferendo il tutto in scala reale."
I due, l’ingegnere e designer inglese pieno di risorse e il grande stilista italiano realizzarono ciò che salvò il progetto Zobo e assicurò alla Triumph la sopravvivenza e la credibilità in quegli anni.
"Era quasi mezzanotte e finalmente uscii dallo studio, ritornai verso la macchina, in strada, dove trovai Peggy e mia figlia rannicchiate in auto"
E mentre Webster e la sua famiglia iniziavano la ricerca di un albergo, Michelotti lavorò tutta la notte eseguendo gli schizzi della Herald berlina, giardinetta e della convertibile.
Questo fu il primo atto del lungo rapporto tra la Triumph e Michelotti, un rapporto in cui la stima e l’amicizia degli Inglesi nei confronti dello stilista Italiano portò Michelotti a disegnare la TR4, la Spitfire, la GT6, la Stag e tutte le Triumph degli anni sessanta.
Graham Robson, autore delle migliori pubblicazioni sul tema Triumph, cosi descrive Michelotti:
"Giovanni Michelotti fu il geniale stilista
italiano senza il quale le auto della Standard-Triumph degli anni sessanta
mai sarebbero nate. Iniziò con la Vignale Vanguard
e fini con la Stag e il suo genio diede forma all’intera generazione delle
Triumph: nessuno, specialmente Alick Dick
e Harry Webster, credono che auto come la Spitfire avrebbero potuto
avere cosi successo senza quella sensazionale ed immediatamente riconoscibile
linea. Senza il piccolo italiano non ci sarebbe
stata la Spitfire; in verità, senza lui, non ci sarebbe
stata una sola Triumph di successo negli anni sessanta.
Quando la Standard-Triumph fu
incorporata nella British Layland alla fine degli
anni ’60, l’influenza di Michelotti iniziò ad attenuarsi.
Si vede nei nuovi modelli che arrivarono più tardi e nella mancanza
di originalità che mostrano."
In quegli anni (1958-1959) il successo della Austin-Healey Sprite incoraggiò la decisione da parte della Triumph di sviluppare ciò che loro chiamavano "small sport car", un auto più econumica da affiancare il modello TR.
John Carperter, responsabile del marketing, ricorda:
"…l’idea di costruire una piccola auto sportiva nacque con Webster…..pensavamo ad un auto per quella piccola nicchia di mercato ad un prezzo superiore a quello della Sprite ma inferiore al livello della MGA e delle TR e naturalmente per il mercato americano."
E Harry Webster aggiunge:
"Già pensavamo di usare il telaio della Herald ed era naturale visto il successo della serie TR".
Nei primi mesi del ’60 parti il progetto. Webster defini le misure e decise che dovevano essere usate quanto più possibile le componenti meccaniche della Herald. Una Herald completa fu mandata a Torino dove la carrozzeria fu tolta, il telaio accorciato e la costruzione del prototipo iniziò.
"Di solito noi chiedavamo a Michelotti di sottoporci una selezione di schizzi…" racconta Webster "…lui me ne sottoponeva cinque o sei, nello spazio di non più di quattro o cinque giorni; poi io e George (George Turnbull, ndr) scegliavamo la linea che più ci piaceva e lo invitavamo a fare il disegno completo ed il prototipo".
Questo ebbe il nome in codice di "Bomb" ed il prototipo, perfettamente funzionante, arrivò da Torino ad ottobre.
In realtà le linee dell’auto
non erano le stesse che erano state
approvate ne quelle del prototipo che Michelotti aveva iniziato a costruire.
Ma la bellezza dell’auto era tale che l’unica modifica
apportata riguardò la linea della fiancata all’altezza della portiera.
Portare il prototipo in fabbrica fu semplice, metterlo in produzione si rivelò impossibile perchè nell’autunno del 1960 la Triumph-Standard fu coinvolta in una crisi finanziaria.
Il collasso del mercato Britannico, una rapida contrazione dei livelli di esportazione verso gli Stati Uniti e una sovraproduzione della TR3A furono tra le cause di quella crisi.
L’inverno 1960-1961 fu un periodo difficile per la Triumph che abbandonò il progetto "Bomb" mentre il prototipo fini in un cappannone protetto, dimenticato e nascosto da un telone.
Herry Webster racconta:
"Un giorno si camminava in fabbrica tra i cappannoni
quando con Stanley Markland (nuovo direttore, ndr) ci trovammo di fronte
ad un telone impolverato . "Cosa è questo" mi chiese Stanley
che volle scoprire il telo.
E quando lo rimossi e lui vide "the Bomb" esclamò:
"E’ stupenda, nulla di più o di meno, ma come
può essere stata dimenticata?".
Cosi gli raccontai che era un prototipo funzionante ed era molto di più di un esercizio formale: ciò che accadde poi mai lo potrò dimenticare.
Lui mi guardò, sali in auto, la mise
in moto, fece un giro tra i cappannoni e quando tornò
indietro mi disse:
"E’ buona e noi la faremo".
Non si consultò con nessun altro e personalmente
prese questa decisione."
In maniera un pò roccambolesca nacque la nostra Spit che rimase in produzione per 18 anni, 18 anni da protagonista, 18 anni si successi.
E’ stata una delle auto più amate da Giovanni Michelotti, una delle auto che gli diedero più soddisfazione e, forse, il suo Capolavoro.
G.C.
(ringrazio Edgardo Michelotti per l'aiuto e la collaborazione)